Chiharu Shiota ∞ I fili che ci tengono
- Giulia Cargnelli
- 1 giu
- Tempo di lettura: 5 min

The Soul Trembles
Si accede alla mostra da un corridoio di vecchie finestre in legno sbiancato. Shiota le ha cercate una a una nei cantieri di Berlino, salvandole dalle case che costeggiavano il Muro; per mesi non ha fatto che pensarle, finché non le ha giustapposte, assemblandole come un rifugio con vista. Dietro quei vetri, i ventotto anni di quella città che fu spaccata in due: vite che parlavano la medesima lingua su sponde nemiche. Si chiama Inside – Outside ed è proprio la soglia da cui partire. Una finestra infatti apre e chiude nel medesimo gesto: fa entrare il mondo e insieme lo tiene a distanza, puoi attraversarla sapendo di essere guardata mentre guardi.

The Soul Trembles, L’anima trema, è la prima grande retrospettiva italiana dedicata a Shiota. La firmano Mami Kataoka del Mori Art Museum di Tokyo insieme a Davide Quadrio, padrone di casa al MAO. Mai prima d’ora a ospitarla era stato un museo d’arte asiatica. La scelta non resta in superficie, i fili si infiltrano fra le opere delle collezioni permanenti, l’intercapedine tra Oriente e Occidente diventa materia.
È certamente una mostra che espone la vita, quindi è bene sapere che, mentre dava forma al progetto itinerante, Shiota attraversava un cancro al terzo stadio, una prova che irradia la temperatura di ogni sala.
Ed ecco che dalle finestre aperte si scivola nel chiuso del rosso.
Uncertain Journey: barche di ferro in un mare rosso
Nella prima grande sala alcune scocche metalliche galleggiano a terra come relitti; sono ridotte a ossature. Da queste gabbie di ferro si dirama un labirinto sospeso. Certi fili tesi fino a spezzarsi, altri tracciati con la pazienza di una ragnatela. A Venezia, nel 2015, tutto sembrava precipitare dall’alto; qui il moto si capovolge in un’esplosione trattenuta a mezz’aria.

Non un vezzo, quel rosso per Shiota è la materia stessa delle relazioni: le trame invisibili tra le persone, ciò che ci tiene legati gli uni agli altri mentre ci imprigiona. Sinceramente mi ero preparata a esserne respinta: il sangue, la ferita, la violenza di ciò che lega serrando. Contro ogni attesa quel rosso invece mi è parso ospitale. Caldo, esteticamente impeccabile, un colore in cui si potrebbe abitare.
E poi guardo e comincio a seguire un percorso per arrivare a un capo, ma mi perdo e intuisco che, se a volte non vedo l’evidenza di un problema, è perché fisso il singolo filo invece del nodo dove si stringe a tutto il resto.

Lo sgomento infatti giunge improvviso dall’ordito che quel colore disegna. Tutte le direzioni possibili tenute aperte nello stesso istante: nessuna scelta, nessuna esclusa. Vedersi davanti, plasticamente, l’intero ventaglio delle vite che una vita potrebbe prendere e nessuna soluzione, nemmeno una via d’uscita. Il grembo che accoglie è anche il labirinto in cui ci si perde. Forse è da qui che viene il tremore del titolo.
Attraversando quelle caverne vermiglie, emergono poi altre suggestioni che tardo a mettere a fuoco. Da migliaia di fili intrecciati mi aspetterei un brulichio, un coro, qualcosa di simile alla collaborazione, invece nella trama si annida una solitudine fitta. Ognuno corre per conto suo sfiorando gli altri, è una moltitudine senza compagnia quella che vedo. Eppure continuo a percepire che quella stessa fittezza che isola offre anche riparo. Dietro tanti fili ci si nasconde, ci si sottrae allo sguardo, si prende fiato. Pensando alla malattia che Shiota attraversava mentre costruiva tutto questo, la rete somiglia al rifugio in cui un’anima fragile si ritira nei suoi momenti più esposti. Per resistere, al coperto, non per sparire.
È qui che si apre lo spiraglio. Le stesse vie infinite che davano vertigine, guardate da un altro lato, smettono di pesare come una condanna per diventare promessa: nulla è ancora deciso, tutto resta giocabile. La solitudine dei fili dunque non è soltanto abbandono, è anche il margine bianco in cui una vita può ancora prendere qualunque piega.
Abiti vuoti: la presenza che abita l’assenza
«How like a winter hath my absence been / From thee, the pleasure of the fleeting year». Nel Sonetto 97 Shakespeare misura la lontananza dall’amato osservando come persino l’estate, senza di lui, gli sappia di pieno inverno: chi non c’è tinge di sé ogni cosa che resta. Shiota raccoglie quell’intuizione e la spinge oltre, perché per lei l’assenza è il modo in cui chi se n’è andato continua a farsi sentire, talvolta con un’intensità sconosciuta in vita. Quando le hanno chiesto se un corpo mancante possa diventare presenza più piena della propria raffigurazione, ha risposto parlando del padre, raccontando come dopo la morte lo abbia sentito più vicino nel ricordo di quanto le accadesse da vivo.
Lo capisco guardando gli abiti: in una sala, abiti da sposa imprigionati in una nuvola nera; più in là, sospesi nel vuoto, lunghissimi abiti bianchi che danno il titolo a Reflection of Space and Time, 2018. A quel bianco Shiota è arrivata tardi, nella stagione più matura del suo lavoro: lo chiama colore dell’inizio e lo accosta agli dèi e alla neve, ma sulla scia della tradizione funeraria giapponese vi legge anche la morte e con essa la possibilità di ricominciare. Principio e termine annodati allo stesso capo. Quegli abiti conservano la forma di chi un tempo li ha riempiti, anche se nessuno li indossa, perché secondo Shiota portiamo addosso tre pelli: il corpo, i vestiti che si caricano dei nostri ricordi, l’architettura che ci racchiude. La veste, allora, come le finestre dell’ingresso, traccia il confine fra ciò che siamo dentro e il mondo là fuori e l’abito deserto resta eloquente proprio per questo: lo abbiamo portato e riempito della nostra storia, una presenza che continua a premere contro la stoffa anche quando il corpo se n’è andato.
Lo scoppio del silenzio
Lo stesso vale per i suoni. In In Silence, 2002, un pianoforte a coda bruciato siede al centro di una nuvola di fili neri; intorno, sedie carbonizzate disposte come per un concerto destinato a un pubblico mai arrivato. L’opera viene da un ricordo d’infanzia: l’incendio scoppiato nella casa accanto, quando Shiota aveva nove anni; il giorno dopo, in strada, un pianoforte nero come carbone, più bello di prima. Lì ha visto la musica che resta proprio perché non si sentirà più, l’assenza di suono dopo la distruzione. Per lei il nero custodisce il mistero. Io mi sono accorta che da tutta la vita ho voluto suonare, ma che è stato più il silenzio.
Lascio le sale con un’impressione inattesa: il bianco degli abiti, il nero del pianoforte, il rosso dei fili sono tre modi di nominare l’esistenza nel punto in cui qualcosa viene a mancare, ancor prima di essere una tavolozza. Davanti a quegli oggetti smisurati il passato mi si è avvicinato, all’altezza dello sguardo, si è messo in moto, nono con quali esiti. Esco dal MAO senza una frase pronta in tasca, ma con un filo.
Info
Dove — MAO, Museo d’Arte Orientale, Via San Domenico 11, Torino
Quando — fino al 28 giugno 2026; lunedì chiuso.
Orari — 10–18; giovedì 14–22 (la biglietteria chiude un’ora prima).
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